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Dal disastro ambientale alla voglia di restare sul mercato: il “calamity marketing”

di Federico Rossi (articolo pubblicato su nonsoloambiente.it)

In questi giorni il web è dominato da un trending topic molto particolare. L’hashtag #saverummo è sulla bocca, o meglio sulle tastiere, di tutti. Ma il caso del pastificio beneventano, ormai tristemente noto ai più, non è l’unico esempio di azienda che in pochi minuti si è trasformata da fervida attività produttiva a mare di fango.

Tra queste anche la casa vinicola Cantina di Solopaca ha vissuto la stessa tragedia. La genesi della storia è drammatica e ormai ricorrente. Un’alluvione e l’ennesimo pezzo di territorio italiano che, a causa di un meteo e di un dissesto idrogeologico che sembrano sempre più incontrollabili, si porta via i sogni imprenditoriali di un’area produttiva.

A quel punto le alternative sono due: fermarsi e imprecare oppure rimboccarsi le maniche e rilanciare. Rilanciare partendo dal rimettere in funzione l’azienda ma allo stesso tempo cercando di restare sul mercato. Perché il mondo va avanti e il business non ti aspetta. E così dalla calamità può nascere una nuova forma di marketing. Un marketing che parte dal disastro per cercare di sopravvivere. Un marketing che parte da “quello che resta” per provare a dare ancora un futuro all’azienda, ai prodotti, ai collaboratori.

All’inizio furono i produttori del Parmigiano Reggiano dopo il terremoto dell’Emilia. Le forme di formaggio erano andate distrutte ma non perse quindi si poteva ancora cercare un posizionamento sul mercato con quello che restava. Furono vendute a pezzi e (fortunatamente) fu un successo. Per Pasta Rummo, invece, è partita una gara di solidarietà dal basso. La rete, con la forza della viralità, ha chiamato a raccolta gli utenti invitandoli a svuotare i magazzini dei supermercati, cercando in questo modo di dare un po’ di linfa vitale all’azienda, visto che le scorte del pastificio sembrano non esser state distrutte dall’acqua e dal fango.

Cantina di Solopaca invece ha lanciato una vera e propria campagna di comunicazione sotto l’hashtag #sporchemabuone. Prendici cosi: questo lo slogan adottato e supportato da una foto di bottiglie “attaccate” dal fango ma che con orgoglio proteggono il prezioso vino. L’intento è chiaro: vendere per garantirsi un futuro, per ripartire appunto con orgoglio e fiducia. Ma la cosa che colpisce di più è la scelta di non ripulire le bottiglie. Quella che potrebbe apparire (e lo è) una grande trovata di marketing nasconde anche un messaggio forte e un grande monito. Perché quello che è successo a Cantine di Solopaca ieri potrebbe succedere a qualsiasi altra azienda domani.

Come sempre accade con le cose che funzionano in rete, anche questi casi hanno generato reazioni contrastanti tra chi plaudendo all’iniziativa si è fatto anche “consumatore attivo” e chi ha criticato additando una speculazione dell’azienda. Accuse assurde in quanto lavorare per la salvezza dell’impresa non vuol dire solo spalare fango e far ripartire gli impianti ma anche guardare al futuro con forza e con la voglia di restare nel mercato. Accuse assurde perché tra chi si ferma a piangere e chi da queste tragedie trova la forza di rilanciare bisogna assolutamente stare con i secondi.

 

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