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Sintesi e Gruppo AGSM per il report di sostenibilità 2017

Un onore e una grande soddisfazione aver contribuito anche quest’anno alla realizzazione del report di sostenibilità del Gruppo AGSM Verona.

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Un lavoro che ha visto la partecipazione attiva di Sintesi Sostenibile che, con l’intervento diretto del nostro Federico Rossi, ha supportato la multiutility veronese nella raccolta, nell’analisi e nell’elaborazione dei dati, nella definizione della “materialità” (dopo l’attivazione di alcune attività di stakeholder engagement) e nell’individuazione delle migliori modalità di comunicazione al fine di rendere fruibili le numerose informazioni a un pubblico ampio e disomogeno.

La divisione creativa di Sintesi Comunicazione, diretta da Alessandro Pegoraro, ha poi sviluppato il progetto grafico e comunicativo.

Un report – denominato “percorsi sostenibili” – completo e articolato ma allo stesso tempo accessibile anche gli stakeholders “non tecnici”.

Parleremo anche di questo progetto all’evento che abbiamo organizzato con Cuoa Business School in programma martedì 6 novembre ad Altavilla Vicentina (per il programma e l’adesione gratuita clicca QUI).

Alternative risk concept, plan and strategy in business, Young intelligent businessman raise the wood game, hands of executive sustain wood block on the tower, Collaborative management

Sostenibilità, finanza e business continuity

Non può esistere sostenibilità ambientale e sociale senza sostenibilità economica.
Non può esistere sostenibilità economica senza sostenibilità ambientale e sociale.
Ovvero la sostenibilità non è solo una questione etica ma è – soprattutto – una questione di business, di competitività e di durabilità nel tempo di un progetto imprenditoriale.
Alla base della sostenibilità c’è uno spostamento del fine ultimo aziendale: dalla sola remunerazione del capitale investito alla distribuzione di valore e benessere condiviso tra tutti gli stakeholders.
Una rimodulazione delle relazioni con tutti i portatori di interessi finalizzata all’aumento dell’efficienza legata anche a una reale compartecipazione e condivisione tra i vari attori.
Un nuovo paradigma che, quindi, modifica anche i rapporti tra azienda, mondo finanziario e sistema del credito.
Una portata rivoluzionaria che oggi va ben oltre i classici indici di borsa come il Dow Jones Sustainability World Index che, dal 1999, include le 2500 aziende leader nel mondo nel campo della sostenibilità e che valuta le performance finanziarie delle compagnie mondiali che seguono principi sostenibili.
Una portata rivoluzionaria che va oltre le dimensioni e la categoria merceologica e diventa elemento di valutazione per finanziatori e banche della bontà di un business plan in quanto letta come elemento fondante della business continuity.
Un’azienda sostenibile presenta oggi vantaggi competitivi sempre più evidenti in quanto risponde a un’evoluzione di un mercato che – per spinta normativa o per semplice evoluzione degli stili di vita e di consumo – domanda sempre più sostenibilità.
Un’azienda sostenibile non solo impatta meno sull’ambiente, ma di fatto presenta cicli di produzione più efficienti con saving operativi spesso molto significativi legati sia a una migliore gestione dei processi e delle risorse sia a una migliore gestione del ciclo di vita grazie a un approccio circolare che punta – fin dalla progettazione – non solo a ridurre ma a recuperare gli “sprechi” produttivi.
Un’azienda sostenibile sviluppa con i propri collaboratori un rapporto improntato non solo all’etica, alla trasparenza e al rispetto reciproco, ma basato anche sulla valorizzazione delle persone e sul benessere condiviso e diffuso.
Un’azienda sostenibile sviluppa una catena del valore forte ed efficiente soprattutto a monte con i propri fornitori.

Per tutti questi motivi, di fatto, un’azienda sostenibile presenta ex-ante degli elementi di sviluppo e di business continuity più consistenti rispetto alle altre imprese.
Da qui l’attenzione del mondo finanziario che, anche tramite appositi indici di rating, tende sempre più a premiare questo tipo di aziende.
Un esempio fattivo di quest’attenzione è l’orientamento del Fondo per l’Innovazione Finlandese che non solo si è limitato a mappare le realtà virtuose del paese, ma sempre più premia le aziende che si caratterizzano per lo sviluppo e l’implementazione di attività realmente sostenibili e “circolari”.

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Storie di (stra)ordinaria comunicazione: il report di sostenibilità Gruppo AGSM

La storia del progetto del report di sostenibilità del Gruppo AGSM è la storia di una sfida.
Impegnativa, complessa ma proprio per questo estremamente stimolante.
Una sfida giocata su più fronti, tra loro molto diversi tutti parimenti fondamentali per la riuscita complessiva e quindi il raggiungimento degli obiettivi attesi dall’azienda.
Il primo fronte è stato quello puramente comunicativo legato all’obiettivo centrale di trasformare uno strumento di mera rendicontazione in uno strumento che potesse comunicare, con la forza, l’oggettività e la confrontabilità dei numeri, un percorso aziendale virtuoso a una platea di stakeholders profondamente disimogenea.
Il secondo fronte è stato quello del coinvolgimento interno. La creazione di un documento chiamato a fotografare una realtà così complessa e articolata come il Gruppo AGSM può diventare una vetta impossibile da scalare se non si crea il giusto conivolgimento interno a tutti i livelli.
Il terzo fronte è stato quello dello stakeholders engagement. Produrre uno strumento autocelebrativo, di scarso interesse per l’universo dei portatori di interesse sarebbe stato solo un mero esercizio di stile.
Il quarto fronte è stato meramente temporale (per sua natura super sfidante): tutto questo doveva essere realizzato in poco meno di due mesi.

Ma andiamo per ordine e possiamo partire proprio dal momento zero.
Quando AGSM ci ha comunicato l’assegnazione del progetto è inutile negare che un’ondata di euforia ha travolto gli uffici di Sintesi Comunicazione (ebbene si, il tappo della bottiglia di prosecco custodita gelosamente in frigo per le grandi occasioni, è saltato con grande rapidità).
La gioia, però, ha lasciato velocemente spazio alla razionalità e alla focalizzazione.

Il primo passo, risultò subito evidente. Era necessario definire e condividere con l’azienda un metodo di lavoro molto preciso.
AGSM rappresenta una situazione quasi paradigmatica per molte grandi aziende italiane.
Esiste intrinsecamente un orientamento alla sostenibilità. I progetti e le attività risultano quasi naturalmente rivolti alla soddisfazione dei critieri di eco-sostenibilità. E il ruolo di protagonista che il Gruppo gioca sul territorio veronese porta con sé un endogena focalizzazione agli aspetti sociali.
Ciononostante tutte queste attività virtuose erano relativamente messe a sistema e non erano pensate per essere anche rendicontate.
Bisognava, quindi, coordinare con l’area brand management AGSM (che aveva la responsabiltà interna del progetto ed è stata a dir poco fondamentale per la riuscita del progetto) una profonda azione di coinvolgimento di tutte le figure che potessero essere “portatori di informazioni”. Attività tanto imprescindibile quanto sfidante perché il perimetro di rendicontazione comprendeva 5 aziende (AGSM, Megareti, AGSM Energia, AGSM Lighting, AMIA Verona) e una ventina di responsabili di funzione ovviamente già abbondantemente impegnati nelle loro attività quotidiane.
Il risultato è stato, a dir poco, sorprendente: la disponibilità di tutte le persone coinvolte è stata massima e la raccolta delle informazioni estremamente puntuale; a testimonianza che quando il coinvolgimento è reale e concreto le persone tendono a rispondere “presente”.
Un primo obiettivo era stato raggiunto.

Adesso toccava a noi trovare la soluzione al cuore del problema: offrire agli stakeholders uno documento che fosse allo stesso tempo un bilancio, un documento di informazione e un suppporto di comunicazione.
In poche parole dovevamo bilanciare due orientamenti normativi fondamentali ma tra loro, per certi aspetti, antitetici: il dettame imposto dalla Direttiva UE 2014/95 che impone la rendicontazione delle informazioni non finanziarie (anche se Gruppo AGSM non è ancora soggetto a questa cogenza normativa era comunque volontà del nuovo Presidente lanciare un messaggio forte di trasparenza e apertura) e quanto stabilito dal piano di azione europeo che prevede la fornitura delle informazioni giuste nella giusta forma (anche digitale) e al momento giusto.
Da qui la scelta di un report che da un lato potesse far riferimento ai dettami del GRI4 per la strutturazione delle informazioni ma che dall’altro potesse, grazie al ricorso di elementi iconografici, fotografici, infografici e testuali rendere fruibile a tutti i reali obiettivi di sostenibilità raggiunti dall’azienda.
Il lavoro di traduzione prima e di revisione poi della grande mole di dati ricevuti dai vari referenti è stato significativo (soprattutto se parametrato al poco tempo a disposizione).
E in questo ambito si inserisce il terzo fronte di sfida visto all’inizio. La volontà era, appunto, far riferimento al GRI4 ma sviluppando però un documento sintetico.
Quali informazioni riportare senza risultare autocelebrativi o, ancor peggio, poco interessanti?
Da qui la volontà di coinvolgere tutti gli stakeholders. Sarebbero stati loro a dirci quali informazioni si sarebbero aspettati di trovare nel report.
Così, grazie al supporto attivo dell’area brand management AGSM, abbiamo attivato una survey veicolata sia internamente (tramite intranet aziendale) sia esternamente (grazie alla app Verona SmartApp).
Il passo seguente, ovvero la costruzione della matrice di materialità, è stato di gran lunga agevolato.
A quel punto avevamo tutto: dati, matrice di materialità, mood comunicativo… mancava solo mettere tutto in lavorazione e trasformare i numeri in comunicazione.
Qui il lavoro è stato tanto impegnativo quanto entusiasmante. Una gestione a doppio filo quotidiana (a tratti anche “oraria”) con l’area brand management AGSM per arrivare in tempo per il lancio ufficiale a fine novembre.
Un’ultima cosa. Uno dei primi passi condivisi nello sviluppo del progetto di comunicazione è stato quello di dare un titolo al report in modo da renderlo ulteriormente amichevole e accessibile.
È stato scelto Percorsi Sostenibili perché come evidenziato dal Presidente AGSM nella conferenza stampa di presentazione: “volevamo uno strumento di facile lettura e comprensione, nell’ottica di trasparenza, realmente accessibile a tutti. L’abbiamo chiamato Percorsi Sostenibili perché comprende sia gli ambiti nei quali possiamo vantare risultati positivi sia quelli in cui dobbiamo migliorare”.
Mai nome non fu più centrato… È stato anche per noi un grandissimo percorso… di crescita, di sviluppo, di soddisfazione.
Un percorso fatto con dei compagni di viaggio speciali  come Anna e Martina e tutti i grandi professionisti che abbiamo avuto il privilegio di conoscere in AGSM…
Cosa dire? Al prossimo anno…

E se volete vedere il report… cliccate qui

 

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Fendi e la Fontana di Trevi: tra filantropia e reputazione

di Federico Rossi (articolo pubblicato su nonsoloambiente.it)

Understatement o visibilità: questo l’eterno bivio al quale si trovano le aziende che finanziano i grandi interventi di restauro dei monumenti. Un bivio che, come sempre, spacca l’opinione pubblica. Ultimo caso Fendi e la Fontana di Trevi.
Un intervento costato 2 milioni e 180 mila euro, interamente finanziato dalla maison. Un intervento che ha regalato a Roma e al mondo un restauro realizzato in 17 mesi anziché nei 20 inizialmente previsti.
Un intervento che ha garantito una visibilità globale a Fendi. E proprio qui si divide spesso l’opinione pubblica, non solo nel caso di Fendi ma in tutte le situazioni in cui le aziende intervengono in questo campo: esempi di questo tipo possono essere il restauro del Ponte di Rialto a opera di Diesel o – restando a Venezia – il ripristino di Punta della Dogana a opera di Pinault.

Da una parte c’è chi dice che le aziende debbano finanziare queste iniziative con puro spirito filantropico e quindi senza perseguire nessun obiettivo commerciale o di notorietà.
Dall’altra chi dice che a fronte del livello di investimento sostenuto dell’azienda, l’aumento del capitale reputazionale derivato dalla giusta visibilità e comunicazione sia quantomeno un “atto dovuto”. Personalmente mi schiero, senza se e senza ma, con i secondi.

Se intendiamo per sostenibilità sociale quell’orientamento che integra nel più ampio agire aziendale anche i valori sociali, oltre che ambientali, l’impresa deve ovviamente continuare a produrre reddito per remunerare gli azionisti ma anche per garantire continuità a un’organizzazione che deve distribuire ricchezza e benessere anche ai suoi collaboratori, ai suoi fornitori e più in generale a tutta la collettività di riferimento.
Finanziare un importante restauro come quello della Fontana di Trevi permette di perseguire ambedue le direttrici: agire per il bene comune e allo stesso tempo migliorare le performance aziendali e quindi perseguire uno dei tre pilastri della sostenibilità, quella economica.

La responsabilità sociale non deve essere confusa con la filantropia la quale, riprendendone il concetto etimologico, resta racchiusa nella sfera dei sentimenti e degli atteggiamenti dei singoli (imprenditori o manager) senza sfociare in un indirizzo reale dei valori aziendali prima e delle sue attività concrete poi. I detrattori di questo approccio “allargato” alla socialità auspicherebbero un generale disinteressamento delle aziende che invece, a loro modo di vedere, agirebbero a fronte di valutazioni di puro arbitraggio economico ovvero a fronte della valutazione che per ottenere un ritorno di visibilità e di notorietà di pari portata con un’attività di comunicazione tradizionale gli investimenti dovrebbero essere ben superiori.

Senza soffermarci su un’analisi dell’articolazione di un media planning ipoteticamente finanziabile con oltre 2 milioni di euro, la valutazione da fare è legata al fatto che il restauro dei simboli universalmente riconosciuti di alcune città dovrebbe rappresentare una priorità assoluta dell’amministrazione pubblica.
Quando questa non è in grado, per vari motivi, di assicurare l’intervento ed è costretta a ricorrere (in molti casi sperare) all’aiuto privato per evitare il degrado dei monumenti non si può pretendere che quest’ultimo ragioni come il pubblico e non persegua anche l’interesse dell’azienda che rappresenta.

C’è da registrare poi come le dichiarazioni di questi imprenditori si concentrino spesso sull’amore disinteressato per la città: Renzo Rosso, che ha investito 5 milioni di euro per il Ponte di Rialto ha subito sottolineato come a lui non interessi l’immagine ma il dovere di fare qualcosa di utile per il proprio territorio.

Ma se si può abbinare al benessere della collettività anche un ritorno per la propria azienda (e quindi anche per le persone che in queste aziende lavorano e quindi, in un volano positivo, per tutta la collettività), le critiche che in alcuni casi vengono mosse si possono tranquillamente archiviare tra quelle strumentali.